Canto dell’uomo stanco

Dopo l’opra del giorno, quando le membra
si piegano come fronda che il vento ha vinto,
e la notte, troppo breve, già prepara
un risveglio che non è riposo ma nuovo affanno;

quando troppe son le vie e niuna vera,
e la mente, spossata di scegliere,
erra in un deserto di possibili
che tutti menano, eguali, al medesimo nulla;

quando nel buio l’intelletto non dorme
e ritesse i fili di ciò che fu e non torna,
e ogni pensiero è un peso che s’aggiunge
al peso antico delle cose vane;

allora dal profondo sale quella
stanchezza del cuore che ha donato
e taciuto, che ha sostenuto altrui
finché di sé non gli è rimasto quasi nulla;

allora anche la folla lontana grava
come un mare di voci che domandano
e nulla rendono: l’anima si ritrae
nell’eremo stretto delle proprie mura.

E più nuda, più alta, la stanchezza
d’esser uomo: di portare questo nome
sotto stelle che non sanno il nostro nome,
e sapere che il destin nostro è affanno
senza fine, e la natura è matrigna,
e le illusioni, una a una, sono morte.

O care ombre, o volti dileguati
negli anni – amici, amori, padri, figli,
voci che un giorno furono tepore
e poi silenzio –
voi foste la dolcezza e foste il costo.
Ogni addio mi ha sottratto un brano d’energia,
ogni assenza ha scavato un vuoto nuovo.
Non è il lavoro solo, non è la notte corta,
non sono le scelte o il pensiero che veglia:
siete voi, spariti, che avete esaurito
la poca forza che ancora mi restava.

Ora resto, come il pastore errante,
a guardar l’infinito, e a sentirmi
infinitamente stanco di guardarlo.
E la noia, antica e fedele compagna,
mi siede accanto e non parla.
Non serve. Sa già tutto.

Commenti

Lascia un commento