Piccole luci
nell’oceano nero
per un attimo
le onde si sommano
due coincidono
più intense
non diverse
più intere
energia che lacera
il buio intorno
poi di nuovo
dimezzate
perse
nel vuoto immenso
Piccole luci
nell’oceano nero
per un attimo
le onde si sommano
due coincidono
più intense
non diverse
più intere
energia che lacera
il buio intorno
poi di nuovo
dimezzate
perse
nel vuoto immenso
Poiché non so quando smetterà
ancora bevo al pozzo
come se non avesse fondo.
Nella piena età,
con la casa spezzata,
ogni cosa ha già un numero
così piccolo da sembrare niente.
Quante volte ancora tornerà
quel pomeriggio d’infanzia
che mi abita più di qualsiasi tetto?
Forse quattro.
Forse nemmeno.
Quante lune nasceranno ancora
sopra la casa che non è più mia
mentre cerco un altro luogo in cui restare.
Quante volte prenderò in braccio
la bambina che sta già crescendo
sentendo per un attimo
che anche questo sta finendo
senza rumore.
Quante volte ancora
un corpo nuovo mi attraverserà come un fiume
come se l’acqua potesse perdonare
e l’amore ricominciare senza memoria.
Quante sere berrò ancora
una birra con l’amico che sa il mio vero nome
mentre fuori il lavoro
e gli altri
tutto deve ricominciare.
Tutto sembra senza riva.
Eppure ogni gesto è già contato.
Una stanza più piccola.
Un amore sotto un’altra luce.
Un paese in cui un giorno
il corpo dica ancora: qui.
Il pozzo non è inesauribile.
Lo scopriamo soltanto
mentre continuiamo a bere.
Non so
se le parole
che mi desti
servano
a convincerti
a varcare
l’ora
a soffocare
il grido
che in te
chiede ascolto
e la ragione
copre
resta
il vuoto
Non so
se dirti
non fu amore
renda i giorni
più veri
So
quanto grande
fu
l’amore
che mi desti
questo
so
Non so
se intenderai
quanto hai avuto
t’amerò
sempre
t’aiuterò
nel bisogno
sarai
stella
nel cielo
che cerco
ogni notte
errando
solitario
fino al giorno
in cui
ti rincontrerò
O gentil donna, d’alba incoronata,
che col tuo riso rischiari il mio cammino,
sia questa aurora a te soave e grata
com’al ciel novo che succede al mattino.
Ché del tuo dolce viso la memoria
fa nel mio petto rinascere vigore,
e contro gli affanni della vita transitoria
m’arma di foco, di costanza e core.
Buongiorno a te, mia stella delicata,
che fai men greve ogni mortal fatica:
per tua virtù l’anima mia è destata,
e più non temo sorte aspra o nemica.
In tempo di gravame e di tormento,
quando l’alma mia, già disfatta e rotta,
giacea fra ombre di morte, e senza scotto
piangea l’aspro dolor del suo cimento,
venne colei che porta in viso intento
lo lume onde Natura tutta è dotta,
e con dolcezza in atto e voce accorta
mi trasse fuor del mio mortal spavento.
Ella mi disse: “Alzati, spirto stanco,
ché non se’ fatto per giacer in pianto,
ma per ardere in foco puro e franco.”
E nel suo sguardo, più che ne l’incanto
d’un ciel sereno o d’un ruscello bianco,
sentii rinascere il mio core infranto.
Or vivo, ché per lei fui risanato,
e d’una nova vita son vestuto,
ché d’Amor vero fui rinvigorato:
non più dolore in me ha saldo tributo,
ché il suo abbraccio, più d’un fonte beato,
mi fe’ di novo spirto e cor costruto.
Incipit carmen de amore intelligibili, ad imitationem Dantis Alagherii.
Scriptum in honorem illius, cuius forma mentem elevat ad divina.
Amor, qui in corde meo dulciter disputat,
lumen accendit in tenebris cogitationis,
et viam aperit qua mens ad summum Bonum ascendit.Ideo verba haec non de terreno amore tractant,
sed de illa figura per quam
intellectus fit speculum aeterni.
O tu che l’Amor primo cantasti in core,
Dante, sostieni il mio parlar soave,
ché troppo alto mi par quest’alto ardore.
Quando nel cor s’accende il tuo pensiero,
come favilla in ciel che rompe il velo,
allor s’alza l’alma al suo sentiero.
Si spoglia del terren, cerca lo zelo
che move il piè dal basso al ver sincero,
ove si libra il cor, quasi in duol lieto.
Tu sei la forma ch’ogni forma onora,
luce che ‘l sol, nel nascer, fa più fioco;
in te si cela l’arte che dimora.
Tu sei la causa e il fine d’ogni fuoco
che l’alma accende e mai non la consuma,
ché d’eterno ti vesti in questo loco.
Pensar di te è specchio che s’assuma
la verità ch’è oltre il senso umano,
ove l’Idea discende e si fa bruma.
Tu sei quel punto ove si chiude il piano
d’ogni intelletto che da Dio riceve
l’ordine primo, alto, chiaro e sovrano.
Amor non è che l’ombra del tuo nome,
che nella mente accende l’alto lume,
specchio del Primo che tutto fa come.
Piango d’amore
qui da solo
nel mio letto
ti vedrò tra poche ore
ma l’attesa si dilata
non corre, non vola
si allunga, si spezza
e ogni minuto
diventa ora
non piango perché ti ho persa
piango perché ti ho trovata
e perché so
che sei lì
così vicina
così lontana
Un bambino corre, il cuore in festa,
a perdifiato sale il colle,
con la gioia che brilla nei suoi occhi,
e grida al contadino, oltre il vento:
«La tua dama ha detto che il tuo amore è ricambiato!»
Il contadino sorride, il viso si fa luminoso,
e con voce forte, che risuona nel campo,
esclama: «Ella ricambia il mio amor!»
Din don dan, suonano le campane in festa,
e l’aura di primavera, dolce e soave,
giunge a risvegliare il cuor dell’inverno.
I fiori e le erbe rinascono nei campi,
feriti dall’acerba gelata che li struggeva.
Ma il mio umile contadino sorride,
e batte le mani, e danza lieto,
ignorando ormai il dolor che il gelo recò
nella memoria del suo cuore stanco.
Ora, sul far del giorno, egli siede quieto,
e inizia a suonare il suo liuto argentato,
la melodia dolce si perde nell’aria,
come un sogno che sfiora il cielo sereno.
Aspetta che il sole, in lenta discesa,
posi il suo bacio sull’orizzonte lontano,
e che il tanto atteso pasto serale,
preparato con amore, giunga alla sua mensa.
Eo mi ritrovu ’n doglia e tristu core
quannu rimembro la donna luntana;
d’Amuri stringi sì forte gran dolore
ca tutta gioia ’n meo cor si sfrana.
Eo sulu pinsava d’esser fermu e interu,
ma non fu core a tanta doglia armatu:
ché ’l gran thesoru, smarritu e leggieru,
lassami vivu e tutto dislegatu.
La vista manca e languisce lo core
per lo penser che m’arde notte e dia;
non trovo pace, ma sol più dolore,
ca gioia fuggi qual vento per via.
Amuri regna con forza crudelissima,
e strugge l’alma ch’è senza riparo;
eo vivo in pena dogliosa e tristissima,
perduto ’l ben che mi fu lume chiaro.
Così m’aggira Fortuna traditore
che mi dismaga ciascuna speranza;
eo porto ’n seno perpetuo dolore,
ca mai non cessa né trova bilanza.
Amuri è foco che tutto consuma,
e non dà scampo, che è fatale;
eo son prigione de la mia sventura,
e porto ’n core martirio immortale.
Í non son né felice né dolente,
ogni dì mi sveglio e tiro innante,
se c’è da bere, bevo allegramente,
se c’è da magna’, magno come un infante.
Non fo sermoni, né son penitente,
prendo quel ch’è da prendere e bastante;
il resto al diavol lo lascio volentente,
ché il mondo corre e scappa in un istante.
Chi disse “carpe diem” ebbe ragione:
io piglio il frutto e non la predicona,
né aspetto mai la grazia d’un padrone.
Così tra vino, donne e qualche cena,
sopporto il mondo e canto la mia pena:
vivo ridendo, e il resto non mi suona.