Le mie poesie, i miei racconti

  • Il pozzo

    Poiché non so quando smetterà
    ancora bevo al pozzo
    come se non avesse fondo.

    Nella piena età,
    con la casa spezzata,
    ogni cosa ha già un numero
    così piccolo da sembrare niente.

    Quante volte ancora tornerà
    quel pomeriggio d’infanzia
    che mi abita più di qualsiasi tetto?

    Forse quattro.
    Forse nemmeno.

    Quante lune nasceranno ancora
    sopra la casa che non è più mia
    mentre cerco un altro luogo in cui restare.

    Quante volte prenderò in braccio
    la bambina che sta già crescendo
    sentendo per un attimo
    che anche questo sta finendo
    senza rumore.

    Quante volte ancora
    un corpo nuovo mi attraverserà come un fiume
    come se l’acqua potesse perdonare
    e l’amore ricominciare senza memoria.

    Quante sere berrò ancora
    una birra con l’amico che sa il mio vero nome
    mentre fuori il lavoro
    e gli altri
    tutto deve ricominciare.

    Tutto sembra senza riva.
    Eppure ogni gesto è già contato.

    Una stanza più piccola.
    Un amore sotto un’altra luce.
    Un paese in cui un giorno
    il corpo dica ancora: qui.

    Il pozzo non è inesauribile.
    Lo scopriamo soltanto
    mentre continuiamo a bere.

  • Non so

    Non so
    se le parole
    che mi desti
    servano
    a convincerti


    a varcare
    l’ora


    a soffocare
    il grido
    che in te
    chiede ascolto
    e la ragione
    copre


    resta
    il vuoto


    Non so
    se dirti
    non fu amore
    renda i giorni
    più veri


    So
    quanto grande
    fu
    l’amore
    che mi desti


    questo
    so


    Non so
    se intenderai
    quanto hai avuto


    t’amerò
    sempre
    t’aiuterò
    nel bisogno


    sarai
    stella
    nel cielo
    che cerco
    ogni notte
    errando
    solitario


    fino al giorno
    in cui
    ti rincontrerò

  • O gentil donna, d’alba incoronata

    O gentil donna, d’alba incoronata,
    che col tuo riso rischiari il mio cammino,
    sia questa aurora a te soave e grata
    com’al ciel novo che succede al mattino.

    Ché del tuo dolce viso la memoria
    fa nel mio petto rinascere vigore,
    e contro gli affanni della vita transitoria
    m’arma di foco, di costanza e core.

    Buongiorno a te, mia stella delicata,
    che fai men greve ogni mortal fatica:
    per tua virtù l’anima mia è destata,
    e più non temo sorte aspra o nemica.

  • Rinascita per Amor d’una donna gentile

    In tempo di gravame e di tormento,
    quando l’alma mia, già disfatta e rotta,
    giacea fra ombre di morte, e senza scotto
    piangea l’aspro dolor del suo cimento,

    venne colei che porta in viso intento
    lo lume onde Natura tutta è dotta,
    e con dolcezza in atto e voce accorta
    mi trasse fuor del mio mortal spavento.

    Ella mi disse: “Alzati, spirto stanco,
    ché non se’ fatto per giacer in pianto,
    ma per ardere in foco puro e franco.”

    E nel suo sguardo, più che ne l’incanto
    d’un ciel sereno o d’un ruscello bianco,
    sentii rinascere il mio core infranto.

    Or vivo, ché per lei fui risanato,
    e d’una nova vita son vestuto,
    ché d’Amor vero fui rinvigorato:
    non più dolore in me ha saldo tributo,
    ché il suo abbraccio, più d’un fonte beato,
    mi fe’ di novo spirto e cor costruto.

  • Amor che nel mio core ancor ragiona

    Incipit carmen de amore intelligibili, ad imitationem Dantis Alagherii.
    Scriptum in honorem illius, cuius forma mentem elevat ad divina.

    Amor, qui in corde meo dulciter disputat,
    lumen accendit in tenebris cogitationis,
    et viam aperit qua mens ad summum Bonum ascendit.

    Ideo verba haec non de terreno amore tractant,
    sed de illa figura per quam
    intellectus fit speculum aeterni.

    O tu che l’Amor primo cantasti in core,
    Dante, sostieni il mio parlar soave,
    ché troppo alto mi par quest’alto ardore.

    Quando nel cor s’accende il tuo pensiero,
    come favilla in ciel che rompe il velo,
    allor s’alza l’alma al suo sentiero.

    Si spoglia del terren, cerca lo zelo
    che move il piè dal basso al ver sincero,
    ove si libra il cor, quasi in duol lieto.

    Tu sei la forma ch’ogni forma onora,
    luce che ‘l sol, nel nascer, fa più fioco;
    in te si cela l’arte che dimora.

    Tu sei la causa e il fine d’ogni fuoco
    che l’alma accende e mai non la consuma,
    ché d’eterno ti vesti in questo loco.

    Pensar di te è specchio che s’assuma
    la verità ch’è oltre il senso umano,
    ove l’Idea discende e si fa bruma.

    Tu sei quel punto ove si chiude il piano
    d’ogni intelletto che da Dio riceve
    l’ordine primo, alto, chiaro e sovrano.

    Amor non è che l’ombra del tuo nome,
    che nella mente accende l’alto lume,
    specchio del Primo che tutto fa come.

  • Così vicina, così lontana

    Piango d’amore
    qui da solo
    nel mio letto
    ti vedrò tra poche ore

    ma l’attesa si dilata
    non corre, non vola
    si allunga, si spezza
    e ogni minuto
    diventa ora

    non piango perché ti ho persa
    piango perché ti ho trovata
    e perché so
    che sei lì
    così vicina
    così lontana

  • Il canto del contadino

    Un bambino corre, il cuore in festa,
    a perdifiato sale il colle,
    con la gioia che brilla nei suoi occhi,
    e grida al contadino, oltre il vento:
    «La tua dama ha detto che il tuo amore è ricambiato!»

    Il contadino sorride, il viso si fa luminoso,
    e con voce forte, che risuona nel campo,
    esclama: «Ella ricambia il mio amor!»

    Din don dan, suonano le campane in festa,
    e l’aura di primavera, dolce e soave,
    giunge a risvegliare il cuor dell’inverno.
    I fiori e le erbe rinascono nei campi,
    feriti dall’acerba gelata che li struggeva.

    Ma il mio umile contadino sorride,
    e batte le mani, e danza lieto,
    ignorando ormai il dolor che il gelo recò
    nella memoria del suo cuore stanco.

    Ora, sul far del giorno, egli siede quieto,
    e inizia a suonare il suo liuto argentato,
    la melodia dolce si perde nell’aria,
    come un sogno che sfiora il cielo sereno.
    Aspetta che il sole, in lenta discesa,
    posi il suo bacio sull’orizzonte lontano,
    e che il tanto atteso pasto serale,
    preparato con amore, giunga alla sua mensa.

  • Eo mi ritrovu ’n doglia e tristu core

    Eo mi ritrovu ’n doglia e tristu core
    quannu rimembro la donna luntana;
    d’Amuri stringi sì forte gran dolore
    ca tutta gioia ’n meo cor si sfrana.

    Eo sulu pinsava d’esser fermu e interu,
    ma non fu core a tanta doglia armatu:
    ché ’l gran thesoru, smarritu e leggieru,
    lassami vivu e tutto dislegatu.

    La vista manca e languisce lo core
    per lo penser che m’arde notte e dia;
    non trovo pace, ma sol più dolore,
    ca gioia fuggi qual vento per via.

    Amuri regna con forza crudelissima,
    e strugge l’alma ch’è senza riparo;
    eo vivo in pena dogliosa e tristissima,
    perduto ’l ben che mi fu lume chiaro.

    Così m’aggira Fortuna traditore
    che mi dismaga ciascuna speranza;
    eo porto ’n seno perpetuo dolore,
    ca mai non cessa né trova bilanza.

    Amuri è foco che tutto consuma,
    e non dà scampo, che è fatale;
    eo son prigione de la mia sventura,
    e porto ’n core martirio immortale.

  • Í non son né felice né dolente

    Í non son né felice né dolente,
    ogni dì mi sveglio e tiro innante,
    se c’è da bere, bevo allegramente,
    se c’è da magna’, magno come un infante.

    Non fo sermoni, né son penitente,
    prendo quel ch’è da prendere e bastante;
    il resto al diavol lo lascio volentente,
    ché il mondo corre e scappa in un istante.

    Chi disse “carpe diem” ebbe ragione:
    io piglio il frutto e non la predicona,
    né aspetto mai la grazia d’un padrone.

    Così tra vino, donne e qualche cena,
    sopporto il mondo e canto la mia pena:
    vivo ridendo, e il resto non mi suona.

  • Tu non ricordi

    Tu non ricordi,
    ma eravamo acqua,
    gocce della stessa rugiada,
    sorte sulla stessa foglia
    in un mattino sereno,
    secoli fa.