Io
sono
il nemico
mi aspetto
dietro
ogni pensiero
mi colpisco
con le mie
stesse mani
non c’è tregua
nella notte
del mio petto
ogni alba
mi ritrova
già sconfitto
da me
Io
sono
il nemico
mi aspetto
dietro
ogni pensiero
mi colpisco
con le mie
stesse mani
non c’è tregua
nella notte
del mio petto
ogni alba
mi ritrova
già sconfitto
da me
Dolce poesia,
dolce sollievo,
dolce carezza
sul cuore.
Dolce oppio che distende,
dolce ago che cuce,
dolce acqua che lava
terra e fango.
Dolce anestesia,
torni ancora,
dolce, in mio soccorso.
Persa la musa,
il dolce seme germoglia lo stesso:
verde e vita
nel deserto di sabbia.
Ti accolgo,
dolce benedizione:
acque dolci contro l’arsura,
ombra dolce contro il sole,
dolcezza contro l’agonia
che ammorbidisce i sensi.
Don’t look at me like that.
They just tore my heart to pieces.
I look at you for one instant only
and in that instant I feel you.
Then I turn the other way
until you’re gone.
Dopo l’opra del giorno, quando le membra
si piegano come fronda che il vento ha vinto,
e la notte, troppo breve, già prepara
un risveglio che non è riposo ma nuovo affanno;
quando troppe son le vie e niuna vera,
e la mente, spossata di scegliere,
erra in un deserto di possibili
che tutti menano, eguali, al medesimo nulla;
quando nel buio l’intelletto non dorme
e ritesse i fili di ciò che fu e non torna,
e ogni pensiero è un peso che s’aggiunge
al peso antico delle cose vane;
allora dal profondo sale quella
stanchezza del cuore che ha donato
e taciuto, che ha sostenuto altrui
finché di sé non gli è rimasto quasi nulla;
allora anche la folla lontana grava
come un mare di voci che domandano
e nulla rendono: l’anima si ritrae
nell’eremo stretto delle proprie mura.
E più nuda, più alta, la stanchezza
d’esser uomo: di portare questo nome
sotto stelle che non sanno il nostro nome,
e sapere che il destin nostro è affanno
senza fine, e la natura è matrigna,
e le illusioni, una a una, sono morte.
O care ombre, o volti dileguati
negli anni – amici, amori, padri, figli,
voci che un giorno furono tepore
e poi silenzio –
voi foste la dolcezza e foste il costo.
Ogni addio mi ha sottratto un brano d’energia,
ogni assenza ha scavato un vuoto nuovo.
Non è il lavoro solo, non è la notte corta,
non sono le scelte o il pensiero che veglia:
siete voi, spariti, che avete esaurito
la poca forza che ancora mi restava.
Ora resto, come il pastore errante,
a guardar l’infinito, e a sentirmi
infinitamente stanco di guardarlo.
E la noia, antica e fedele compagna,
mi siede accanto e non parla.
Non serve. Sa già tutto.
Posatemi già nel mio sepolcro,
all’ombra de’ cipressi e dentro l’urna
confortata di pianto: ho bisogno
del sonno e della quiete, ché l’anima
è stanca del tempo in cui fiorivano i sorrisi.
Riunitemi agli affetti diletti
che il tempo ha disperso nel suo corso;
così la pace, ultima consolatrice,
potrà ritrovarmi, e tacerà nel cuore
quello spirto guerrier che ancora rugge.